Libro La città rurale (2020), edito da Asterios Editore

La cultura dell’incolto, che si è imposta come modello dominante dal dopoguerra, oggi mostra i suoi risvolti ed influenza significativamente l’assetto territoriale, il ciclo idrologico, la stabilità dei versanti, il rischio incendi e la vegetazione, quindi i livelli di biodiversità. “Scontiamo così la nostra leggerezza di ieri, la nostra superficialità di ieri” scriveva Antonio Gramsci. La capillare rete di monitoraggio del territorio, che per secoli aveva garantito un utilizzo più o meno congruo delle risorse disponibili, si è sfaldata, rarefatta, dissolta. Il 6° Censimento Generale dell’Agricoltura, pubblicato nel 2013 dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), ci indica come dal 2000 al 2010 le aziende agricole sono diminuite del 32% sul territorio nazionale, ma la superficie agraria utile (SAU) delle singole aziende è aumentata: questo significa sempre meno addetti che controllano un territorio sempre più grande, ossia la perdita di capillarità nel controllo e nella manutenzione. Il monitoraggio costante del territorio può es-
sere mantenuto solamente se sono presenti sul territorio attività agro-silvo-pastorali floride e vivaci, i cui conduttori hanno il triplice ruolo di produttori, gestori dei paesaggi e di “sentinelle”.

Portfolio immagini riferite al libro La città rurale

Nell'immagine seguente è presentata una stessa area prima e dopo quattro anni di "goat targeted grazing", il pascolo caprino finalizzato alla gestione della vegetazione. Il risultato è sorprendente anche per i tecnici di settore: un’area che si presentava chiusa e imboschita è divenuta un pascolo aperto e funzionale.

Nei contesti di pianura sono scomparsi i variegati e pluriformi patches agricoli in cui l’alternanza di colture e ambienti naturali formava paesaggi ricchi e differenziati. Oggigiorno la standardizzazione produttiva ha portato alla rettificazione dei corpi idrici, la monocultura iper-specializzata di poche specie agricole e forestali e l’abbandono delle poche aree non intensivamente utilizzabili. In contesto collinare e montano il processo ha avuto invece tendenza all’abbandono: nel passato la realtà agricola era differenziata secondo livelli altitudinali, prevedendo l’alternarsi di ambienti aperti e boschi dal fondovalle, ai versanti e maggenghi fino ai pascoli alpini. Il risultato delle pratiche agro-silvo-pastorali millenarie è principalmente la scomposizione del paesaggio in forme discontinue con compartecipazione delle colture foraggere, orticole e forestali. Oggi si osservano invece fenomeni di ricolonizzazione forestale, con prevalenza dell’abbandono nei medi versanti e una intensivizzazione colturale dei fondovalle accessibili, mentre le aree in quota sono state colonizzate dall’industria turistica invernale.

 

Pascolo in fase di recupero in un comprensorio montano sulle Alpi Tedesche dove è in corso la rimozione delle ceppaie su un versante molto pendente.

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